Difendiamo il Rojava

9 Ottobre 2019 by

Difendiamo il Rojava

In tutto il paese si stanno tenendo in queste ore e in questi giorni mobilitazioni e presidi in risposta all’appello lanciato dal Congresso Nazionale Kurdo contro l’invasione turca nella Siria del Nord.

Il Partito della Rifondazione Comunista di Modena, che da sempre sostiene la causa kurda, ancora una volta denuncia l’ennesimo tentativo del “sultano” Erdogan di annientare la resistenza che i kurdi stanno ponendo contro il califfato e contro l’Isis e concretizzando l’esperienza del Confederalismo Democratico in Rojava che Ocalan da anni teorizza come modello di società per il futuro.

Donald Trump ha deciso di regalare alcune centinaia di chilometri quadrati di territorio siriano alla Turchia realizzando, al suo solito, con un colpo di tweet, il sogno di ritirare l’America dal medio Oriente e dalle sue “stupide guerre, quasi sempre tribali”. Una decisione di cui, avvertono alleati e avversari della Casa Bianca, potrebbe pentirsi e che, comunque, non soltanto non favorisce alcuna prospettiva di pace nella Siria dilaniata da otto anni e mezzo di guerra, ma accende nuovi focolai di tensione tra la Turchia, i kurdi e il governo di Damasco.

Di contro, i vantaggi della decisione di Trump sono, a prima vista, tutti dalla parte della Turchia, la quale, finalmente, potrà realizzare il piano strategico adombrato da Erdogan sin dall’inizio della rivolta siriana, nel 2011: la creazione di una zona-cuscinetto, ritagliata ovviamente in territorio siriano, in pratica, dalla regione del Rojava (Occidente, in curdo) ai confini con il Kurdistan turco e iracheno. Ora questa zona sarà pattugliata dai caccia di Ankara.

Chiediamo al Governo Italiano all’Unione Europea e alla comunità internazionale di intervenire sulle autorità turche per scongiurare nuovi focolai di guerra in una terra dilaniata da decenni da un conflitto che ha prodotto sofferenza al popolo kurdo costringendo all’esodo milioni di persone molte delle quali già già sfollate da altri luoghi della Siria e che nei cantoni del nordest avevano trovato riparo e aiuto.

Adesso che l’Isis è stata sconfitto dai guerriglieri e dalle combattenti kurde, Trump dice che gli USA se ne vanno lasciando gli europei guardare in faccia la realtà di quelle migliaia di terroristi del califfato prigionieri dei curdi e prendetevene cura.

La Turchia da anni è in guerra contro i gruppi indipendentisti kurdi che considera milizie terroristiche e cerca uno scontro finale che inevitabilmente esploderà.

Dall’inizio dell’esperimento democratico dell’amministrazione autonoma nella zona tra Afrin e Derik dopo il 2011, Erdogan ne minaccia la sanguinosa distruzione. In due ingressi in violazione della legalità internazionale – una volta nell’autunno 2016 e una volta a Afrin nel gennaio 2018 – la Turchia ha già annesso territorio siriano che fino a oggi tiene occupato. Ma per raggiungere il suo obiettivo dichiarato, la distruzione delle milizie kurde nella regione e l’espulsione della popolazione civile curda, Ankara deve appropriarsi anche dei territori rimasti. Le forze armate necessarie per l’attacco già da diverso tempo sono schierate sul confine. Potrebbero avanzare già oggi o domani, ha annunciato Erdogan sabato scorso.

Cosa succederà ora? La Turchia entrerà. Avanzerà con carri armati tedeschi ed elicotteri italiani, come già a Afrin. Si arriverà alla pulizia etnica, violazioni dei diritti umani, innumerevoli morti. Le decine di migliaia di prigionieri di ISIS che si trovano in custodia curda cercheranno di riorganizzarsi. La regione viene di nuovo destabilizzata.

Come andrà a finire questa guerra è un esito completamente aperto. E le forze kurde socialiste, così come i loro alleati arabi, turchi e assiri, vi si trovano da soli. La Turchia ha fatto passare ogni possibile affare. Con la NATO da un lato, con Russia e Iran dall’altro. Il margine di manovra diplomatico almeno al momento sembra essere esaurito, il vecchio detto curdo “Nessun amico oltre alle montagne“ ancora una volta si dimostra una descrizione adeguata della realtà.

Con un’eccezione: tutte e tutti le e gli internazionalisti che sostengono questa rivoluzione ora devono mettere le carte in tavola. Con le forze ridotte che abbiamo, quanto siamo in grado di contribuire al fatto che questo crimine non passi in segreto e di nascosto? Quanta pressione siamo in grado di esercitare sui governi dei Paesi europei che hanno sostenuto Erdogan con armi e dollari hanno dato il via libera per il piano di insediamento di Erdogan di centinaia di migliaia di profughi nel nord della Siria – con tanto di aiuti miliardari dall’UE? In ogni caso non è il momento di abbassare la testa e di disperarsi ma soprattutto sarà dannoso il silenzio. Le nostre amiche e i nostri amici sul posto combatteranno. Molte e molti di loro cadranno. Noi come internazionalisti dobbiamo imparare a consideralo un dovere. Se c’è una massima nella rivoluzione kurda che anche noi dobbiamo imparare: confidare nelle proprie forze per quanto piccole possano sembrare.

Rifondazione Comunista
Federazione di Modena

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